Spettacolo, commercio, politica: quel che conta è la vittoria. Quanti, a chi chiede loro una definizione dello sport, rispondono “per me lo sport è vincere”. E non c’è dubbio che la definizione sia giusta in un’area culturale in cui il valore delle persone è misurato dal successo, e il valore delle cose non è strumentale ma associato ad un fine, alterando il valore.
La legge della produttività non regola solo il mondo dell’industria dove uno vale per quello che produce e non per quello che è. È entrata di prepotenza anche in quello spazio sacro alla libertà della persona che dovrebbe essere lo sport. Ha contaminato quel residuo di tempo libero che la settimana lavorativa concede ancora all’uomo perché possa ritrovare se stesso. Anche nello sport vale chi produce, ha ragione chi vince. Anzi, bisogna vincere per avere ragione. Chi perde ha sempre torto, perché sport non è gareggiare, come diceva il barone francese Pierre De Coubertain, ma arrivare primi. Chi fa punti o segna un gol resta in squadra, pagato e riverito, chi non produce per la classifica resta in panchina, è un brocco che deve uscire dal giro.
Chi riesce ad ingannare l’arbitro non è un reo da punire, ma un furbo da premiare.
La logica del sistema sportivo è la legge del più forte: come nell’industria, nella politica, nella giungla. Noi l’accettiamo tranquillamente e non ci accorgiamo che lo sport diventa sempre più alienante per tutti. Non avvertiamo il pericolo che questo tipo di sport, fine a se stesso, comporta: l’emarginazione di coloro che hanno la capacità di produrre risultati per la classifica e infine giungere ad atti inconsulti o a risse violente.
Dopo una politica di elite è arrivata una scuola di elite. Ora anche lo sport chiude le porte ai non addetti, ai non purosangue. Perché l’importante non è divertirsi, entrare in dialogo con gli altri ma vincere. L’importante è che la televisione, la radio, la stampa continuino a drogarli con i grossi spettacoli sportivi dove sempre più circolano assegni da milioni di euro e uomini da quattro soldi.
Il fatto che questa mentalità pseudosportiva e questo sport basato sullo sfruttamento dell’uomo, atleta o tifoso, vadano affermandosi indica profonda carenza di cultura civile e sportiva.
Pare evidente che la coscienza di un giovane non possa restare indifferente al fatto che in Italia un ‘falso’ mago del calcio possa guadagnare venti volte di più di un vero scienziato. Non è questa la sede per illustrare una proposta di riforma dello sport, ma si può avanzare il ricordo che quella riforma non può consistere solo nel produrre più impianti o adeguare quelli esistenti, se non si garantisse allo stesso tempo l’effettiva partecipazione dei giovani, il loro ruolo di protagonisti in ogni fase dello sport, dalla programmazione alla gestione degli impianti, dai piani di attività alla vita interna e alla guida delle Società sportive che oggi sono dirette da ‘notabili’ dello sport che relegano un ruolo subalterno ad atleti e soci.
È per il serio contributo che un nuovo assetto dello sport può dare alla civiltà in Italia, ad una migliore condizione di vita dei cittadini, alla crescita democratica e alla cultura, che la riforma dello sport diviene un traguardo possibile, ritrovando un punto di contatto con la realtà politica e sociale vigente.
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